Caro Andrea, il no è motivato e non a prescindere

Caro Andrea,

dopo aver letto la tua lettera, crediamo che sia doveroso non solo risponderti, ma anche invitare te e tutti i dipendenti KME a un incontro con noi, nel quale si possano discutere civilmente le ragioni di tutti quanti; in questi giorni sta infatti nascendo un dibattito sui social che non riteniamo la piattaforma opportuna dove discutere, ma è sempre bene farlo guardandosi negli occhi e parlando.

Consentici di esprimere prima di tutto la nostra comprensione e solidarietà verso tutti voi dipendenti KME che vi trovate sicuramente nella posizione più delicata in tutta questa vicenda; in particolare, chi ti scrive è figlio di un ex operaio di Kappa Ania oggi in pensione, e la tua posizione mi ricorda tanto quella di mio padre quando il comitato di Ponte all’Ania protestava contro le emissioni maleodoranti della cartiera e lui temeva per il suo posto di lavoro; e come io allora rispondevo a lui, oggi vorrei farlo anche con te.

I movimenti ambientalisti che fanno questo tipo di battaglie non lo fanno assolutamente per veder chiudere le fabbriche e far perdere posti di lavoro a operai e impiegati, in nome di un’utopia di un mondo esclusivamente agricolo e turistico, tutti noi siamo ben coscienti dell’importanza che l’industria ha in un paese sviluppato; ciò che ci prefiggiamo da sempre è andare però verso percorsi di una industria più pulita e all’avanguardia dal punto di vista degli impatti ambientali e sanitari, ben consci però che un impatto pur minimo sia comunque inevitabile.

La lotta del comitato di Ponte all’Ania ha portato i suoi frutti, facendo investire alla cartiera in tal senso e la situazione da allora è sensibilmente migliorata, senza che la fabbrica abbia dovuto chiudere ma anzi semmai si è continuamente sviluppata e ha visto aumentare e non diminuire i suoi posti di lavoro; la stessa cosa noi la auspichiamo per la KME.

Tu dici di fidarti di quello che la ditta ti dice in merito al progetto del pirogassificatore e dei suoi impatti ambientali, perché pur provenendo da anni di crisi non ha mai fatto mancare lo stipendio e il lavoro a nessuno di voi e perché con un impianto all’avanguardia inquinerebbe molto meno rispetto a quanto faceva dieci anni fa quando il vecchio e inquinante forno Asarco era in funzione; con tutto il rispetto e la comprensione dovuta, consentici però di dissentire.

Come già detto anche dal sindaco Giannini, il forno Asarco, concepito come tu dici mezzo secolo fa, ha le autorizzazioni al funzionamento in scadenza, e ben difficilmente potrebbero essergli rinnovate senza almeno dei sostanziali ammodernamenti che pongano le sue emissioni inquinanti in linea con i parametri più moderni; ci pare davvero una minaccia poco credibile, oltre che inaccettabile, quella della sua riaccensione con gli stessi livelli di inquinamento degli anni 70.

Per quanto riguarda il pirogassificatore, nessuno al mondo può avere certezze sulla quantità e qualità delle sue emissioni, in quanto la natura di questo impianto combinato col combustibile previsto, lo scarto di pulper, è assolutamente sperimentale, non essendovi esempi di una tale combinazione funzionante a livello industriale; come ha spiegato a un nostro incontro il chimico industriale Fabrizio Nardo, ciò che determina la quantità e la qualità delle emissioni sono le condizioni a cui avviene la combustione del syngas, e in ogni caso si genera con certezza materiale particolato, idrocarburi, metalli pesanti (in particolare mercurio, cadmio, piombo e zinco) e, se il combustibile impiegato contiene cloro, cosa praticamente certa nel caso delle plastiche del pulper, è possibile la formazione di diossine e furani; se a questo uniamo il previsto aumento della produzione di rame e del traffico pesante, pensare di arrivare a una riduzione delle emissioni inquinanti totali è davvero una chimera.

La tua azienda ha sicuramente passato un periodo di forte crisi, come del resto molte altre alcune delle quali come tu dici hanno dovuto purtroppo chiudere; anche se non ha mai licenziato direttamente nessuno, come tu ricordi, di sicuro alcune scelte di dismissione di produzioni di avanguardia che aveva non hanno certamente giovato né alla sua competitività né al suo livello occupazionale (vedi ad esempio la vicenda Luvata/superconduttori); bisogna anche ricordare che ha ricevuto molti aiuti da tutti noi contribuenti sotto forma di ammortizzatori sociali e non ultimo lo sconto sugli energivori da due milioni di euro, che grava sulle bollette delle famiglie; sconto a proposito del quale il tuo Amministratore Delegato non più tardi di un anno fa dichiarava essere ciò che avrebbe rimesso l’azienda alla pari con la Germania;  molte altre aziende siderurgiche e energivore italiane stanno ripartendo da situazioni di crisi (es. ILVA o Ex Lucchini) senza alcun bisogno di impianti di questo genere, perché mai dovremmo accettare l’idea che invece questo sia assolutamente necessario per KME? Davvero un impianto che necessita di non più di una trentina di addetti e che un domani potrebbe tranquillamente andare avanti da solo indipendentemente dal rame, rappresenta una garanzia per il vostro futuro? E che cosa dovremmo dire a tutti i dipendenti del settore agricolo e agrituristico, recentemente intervenuti tramite le loro maggiori organizzazioni Coldiretti e Cia, che hanno manifestato preoccupazione per gli impatti che tale impianto avrà sulla loro attività?

Tutte queste domande, e molte altre, ci sarebbe piaciuto che fossero state poste ai vostri dirigenti non tanto da te o dai tuoi colleghi, caro Andrea, ma almeno dai tuoi rappresentanti sindacali, questo sì, mentre invece hanno preferito assumere una posizione di totale accondiscendenza fin dall’inizio; ci auguriamo che anziché continuare a criticare le persone giustamente preoccupate da questo progetto, si cerchi anche un confronto e un dibattito critico con la dirigenza aziendale, anziché prendere per oro colato tutte le loro affermazioni; da parte nostra rinnoviamo l’invito a tutti i dipendenti KME a un incontro per poter chiarire in modo pacato e sereno le nostre posizioni.

 

 

 

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